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CARTOLINE DA PARIGI 
Un progetto multidisciplinare
DANZA E ARCHITETTURA DIALOGANO
CON RENCONTRES CHOREOGRAPHIQUES
Incursione nella settimana teatrale parigina, magmatica, ricchissima, quasi faticosa. Questa volta la lente d'ingrandimento punta su una giovane e promettente, perchè di qualità...
   
Parigi
 20/6/2005
A Parigi il teatro è faticoso.
Sì, decisamente troppo faticoso sfogliare ogni settimana l'Officiel du Spectacle e dover scartabellare tra più di sessanta sale dovendosi scapicollare tra programmazioni a dir poco ‘onnivore’. Ce la mette tutta, la poverina, a tenere alta la nomea di ‘città capitale della cultura’, per non cadere nel caos post-moderno del ‘c'è posto per tutti’.

Nonostante questo, o forse grazie a questo, non c'è disciplina, a Parigi. Ci si vorrebbe aggrappare a un criterio, a una forma trascendentale di giudizio, di scelta, ma non fidarsi è sempre la scelta migliore. L'occhio sempre vigile è certo un'utopia, soprattutto quando il sentimento di delusione per aver perso uno spettacolo imperdibile supera quella soddisfazione di dire ‘c'ero anch'io’. E il teatro fugge, lo si sa.

Qual è allora il criterio di scelta sul teatro a Parigi?
Una città che macina spettacoli a suon di prolungamenti, tutto esaurito, e investimenti pubblicitari in luoghi pubblici, deve per forza avere un sostrato culturale forte, una forte ‘domanda’ per sostenere una così grande ‘offerta’, per altro soddisfatta.

Ho pensato al pubblico, al grande motore per nulla immobile che muove il mondo teatrale. Osannato, screditato, massificato o elitario che sia, è lui il grande protagonista, bussola sociale che parla, nel suo silenzio lungo quanto lo sbraitare del palcoscenico. Addetto o non addetto, occasionale o habitué: quando finisce la scena si invertono i ruoli e parlano gli sguardi, con i loro racconti. E Parigi, che la sa lunga, al pubblico ci pensa, lo considera, lo aiuta, lo affascina, lo coccola e lo educa. Perchè pubblico non si nasce, o meglio, lo si è senza saperlo, o, meglio ancora, senza godere di esserlo.

Ed è proprio qui che fa la sua comparsa quel sostrato culturale forte posto a causa di un consumo culturale abnorme. Ed è qui che fa la sua comparsa una struttura giovane ma promettente Rencontres Choreographiques.

Si tratta di una struttura la cui attività è essenzialmente divisa in due parti: la programmazione di un festival di scritture sceniche contemporanee che si svolge annualmente tra maggio e giugno e l'organizzazione di attività chiamate ‘relazioni con il pubblico’.

Rencontres Choréographiques. Relazioni con il pubblico

Dall'organizzazione di progetti riguardanti la lettura di spettacoli, l'approccio alla visione e alla sperimentazione di linguaggi scenici, fino alla messa a punto di particolari percorsi interdisciplinari, Rencontres choreographiques si arma di rastrello organizzativo per creare un terreno comune calpestabile, in una concezione dell'arte scenica talmente indisciplinata da non fare troppe differenze tra esperienza diretta di un atto performativo e visione di materiali video, fruizione di spettacoli e incontri di discussione, nella concezione di una potenzialità totalizzante e sfaccettata dell'arte capace di entrare a far parte integrante di un corpo, nel suo essere pensiero, sguardo, e atto.

L'espressione artistica è orientata verso il mondo e verso l'altro. Ogni partecipante a questi progetti, essendo un artista in se stesso, nella propria disciplina, viene posto nella condizione di aprirsi alle altre, permettendo degli incontri. Penso che prima di tutto l'uomo sia un essere globale, e trovo che questi incroci contribuiscano a rendere l'individuo più pieno e aperto. È una questione della vita che mi pare essenziale.

Così commenta la vice direttrice del Conseil général de la Seine-Saint-Denis Claire Pessin-Garric, - voce delle istituzioni - presente alla serata di inaugurazione di un'esposizione di lavori nati proprio in seno a due di questi progetti di indiscipline sceniche, l'uno, ‘Mission photographique’, un progetto di fotografia in esplorazione della danza con la collaborazione del Dipartimento di Fotografia e Multimedia e il Dipartimento di Arte dell'Università Paris8, l'altro, ‘Le corps à l'edifice’, sull'elaborazione di un progetto architettonico attraverso il linguaggio della danza e del disegno, in collaborazione con la Scuola di Architettura Paris-Malaquais, e il Dipartimento di Danza dell'Università Paris8.

È il 3 giugno, Théâtre Gérard Philipphe de Saint Denis. Gli studenti si aggirano tra le sale dove sono esposti i loro lavori. Lasciamo la parola a uno di loro che ci racconta il progetto.
‘La nostra è una scuola d'architettura’ - dice - ‘e ‘Les corps à l'edifice’ è un progetto che consiste, a partire dal corpo, attraverso l'intermediazione del disegno del modello vivente e della danza, di arrivare a un progetto architettonico. Il lavoro si è sviluppato in tre fasi: nella prima fase, il primo mese quindi, abbiamo affrontato solamente il disegno e la danza, senza parlare d'architettura, il mese successivo abbiamo provato a fare il rapporto con l'architettura, abbiamo avuto dei corsi di danza, di coreografia; contemporaneamente abbiamo approcciato la scenografia, abbiamo provato a vedere il rapporto che potevamo creare tra le diverse discipline. Ora siamo nella terza fase: la progettazione di una stazione di servizio’.

Qual è la necessità di un lavoro così interdisciplinare? ‘Avere diversi punti di approccio in rapporto a elementi del linguaggio architettonico come la scala, per esempio’, spiega ancora lo studente. ‘In ogni edificio c'è il rapporto con l'umano, la taglia, lo sguardo, la percezione dello spettatore. La questione del movimento: si tratta di progettare una stazione di servizio, dunque là ci sono diverse qualità di movimento. Abbiamo lavorato molto in relazione al flusso. In rapporto alla proporzione, con il disegno abbiamo studiato tutto quello che è la morfologia’.

Incontriamo anche Xavier Fabre e. Philippe Guerin, i due professori della scuola di architettura che hanno avuto l'idea di attivare il progetto. Spiegano che l'idea di realizzare questo progetto è nata ‘da un gruppo di persone che avevano voglia di lavorare insieme, ad un seminario di Carolyn Carlson, in qualità di disegnatore. In una battuta lei ha detto ‘chissà, la prossima volta sarò io a lavorare per un architetto’. Questo è avvenuto sette anni fa... l'idea è rimasta e ora ecco che si realizza. La danza e l'architettura? Si tratta di integrare i concetti con l'esperienza’.

Rencontres Choréographiques. Il Festival

Dopo gli incontri, le esposizioni, gli scambi d'opinione, ecco gli spettacoli del festival che ogni anno rappresenta un punto d'arrivo di tutta un'attività di ‘esperienza dello sguardo’. Un pubblico eterogeneo, fatto di addetti ai lavori, studenti, e folli che si avventurano nel festival che esplora opere audaci, singolari, esistenziali, come recita l'editoriale scritto dalla direttrice Anita Mathieu.

Esplorando l'ultimo week end di un programma fittissimo di coproduzioni e residenze, simbolo di una partecipazione e un sostegno alla poetica creativa, ci si avventura in un territorio eterogeneo e interessante di esperienze poetiche che intrecciano la ricerca sul movimento nella sua matericità, come nello spettacolo di Maria Donata D'Urso, a un respiro di maggiore ampiezza significazionale, con rimandi simbolici e percorsi tracciati da chiavi di lettura forse fin troppo regalate, come nella danza dell'africano Hyacynthe Abduoulaye Tobio.

Sempre dall'Africa un'attenzione al racconto, alla drammaticità, a una didascalicità che in alcuni momenti rischia di traboccare, trattenuta soltanto dallo splendore di un connubio perfetto tra l'animalità della danza sudafricana e la linearità della nostra danza contemporanea europea. L'energia dell'area nederlandese esplode con gli spettacoli di Andy Deneys e André Gingras, mentre un'esplorazione interessante di un corpo che suona l'aria attraverso la danza producendo immagini luminose si fa conoscere al pubblico grazie alla ricerca di Thierry De Mey che, con l'utilizzo di un software interattivo, corona il sogno poetico per eccellenza: la produzione di nuovi mezzi d'espressione.

Ed è proprio qui che ritorna il concetto di indisciplina, come quello d'eccezione, di mutazione, di disobbedienza. Termini forti e temuti, manipolati forse con scarsa prudenza.
Bevete coca cola e abbonatevi a teatro! C'è forse un modo di disobbedire a questo? Sembra semplice...un po' come sembra semplice scartabellare l'Officiel du Spectacle e scegliere l'opera che ci piacerebbe andare a vedere... così, per passare una serata, non pensando magari che l'arte è uno stato d'eccezione, una disobbedienza, una mutazione, un'indisciplina. Serve educazione. E anche qui la cosa si fa complessa.

Elisa Fontana
Traduzione dal francese dell'autrice.

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