40 DISCHI SOTTO I RIFLETTORI DA UN 2006 AVARO DI NOVITÀ/2
A livello di nuove uscite discografiche l'anno appena concluso non ha offerto particolari spunti, portando con sé non molti dischi memorabili. Tra ritorni di vecchi leoni, alcuni ormai dalla criniera spelacchiata, ed esordi più o meno promettenti, ecco una veloce rassegna su 40 dischi da conservare o mettere da parte.
Sting
15/1/2007
PAUL SIMON 'Surprise' Uno dei ritorni illustri che hanno caratterizzato l’anno, in realtà passato un po’ inosservato. E a dire il vero il risultato è effettivamente un po’ anonimo, né carne né pesce: non basta farsi produrre da Brian Eno ed aggiungere una spruzzata di sonorità contemporanee se non si trasmette l’averle dentro.
STEVE HACKETT 'Wild Orchids' La chitarra che segnò i primi dischi dei Genesis torna con un disco solista piuttosto variegato, tra progressive perfino incline al soft gothic ed esecuzioni supportate dall’orchestra. Ovviamente la classe abbonda e sfocia in alcuni brani che sono un vero piacere per le orecchie. Ma non mancano neanche i momenti pervasi dal sentore di già oltremodo digerito.
STING 'Songs From Labyrinth' La divagazione dell’ex Police verso la musica rinascimentale di John Dowland si rivela una piacevole sorpresa. Musicalmente senz’altro pregevole, la voce di Sting ben si adatta alle ataviche sonorità ricercate. Il difetto sta nel fatto che l’opera viene concepita come una sorta di biografia dell’autore e inframezzata di excursus parlati e letterari. Per certi aspetti interessanti, ma affaticano l’ascolto.
TEHNI 'Maaaet' Voce cupa, piano e violino che sembrano risuonare dal buio più profondo elevando struggenti arpeggi. Finlandesi, i Tehni trasportano di peso in un mondo dove per metà dell’anno non c’è alcuna luce e fate tenebrose ti incantano con la loro danza. Ad accrescere l’astrazione l’uso della loro lingua madre. Fuori dal tempo.
TOM YORKE 'The Eraser' La mente dei Radiohead si cimenta in una sorta di one-man record; elettronica minimale e pervasiva allo stesso tempo. Esito affascinante, sebbene non tutto riesca a coinvolgere. Quando ci riesce, e le rasoiate scagliate assieme alle parole colpiscono, allora sono brividi; viceversa il tocco algido suona troppo sovrastante.
TV ON THE RADIO 'Return To Cookie Mountain' Melting pot newyorkese all’ennesima potenza. Voci black e falsetti, il beat, l’elettronica, il Bowie glam, pochi giri chiave distorti all’infinito. Fusioni che emanano fascino, ma il tutto rimane pervaso dalla sensazione che tanta sovrabbondanza serva a camuffare un’ispirazione ristretta a poche corde.
UNION OF THE KNIVES 'Violence and Birdsong' Terzetto scozzese all’esordio e subito centro con uno dei dischi più gradevoli dell’anno. Melodie orecchiabili ed elettronica si rincorrono con sfumature darkeggianti; bello l’incalzarsi delle voci di Craig Grant e Chris Gordon. Promossi, seppure nella seconda parte dell’album qualche tassello scricchioli.
YUSUF 'An Other Cup' Per chi non lo sapesse si tratta del Cat Stevens convertito all’Islam che torna alla forma canzone dopo 30 anni. Fa un certo effetto riascoltarlo e d’acchito non sembra passato così tanto tempo: vive ancora il delicato e felice connubio voce-chitarra. Quel che alfine manca è la tensione che corroborava i dischi degli anni ’70; d’altronde lui ormai le risposte nel vento le ha trovate.
WHO 'Endless Wire' Pete Townsend e Roger Daltrey riemergono dal limbo nel tentativo di far risorgere la loro zampata rock. Operazione sostanzialmente poco riuscita tra ruggiti rari e prevalenza di toni raccolti. Nel complesso il già sentito impera e viene supportato solo dall’innegabile mestiere. Si fa ascoltare, ma con ogni probabilità anche dimenticare.
WOLFMOTHER 'Wolfmother' Tosti questi australiani che vanno ad attingere al rock anni ’70, Led Zeppelin in primis. Senza la pretesa di emulare i maestri, ci danno dentro con convinzione. Genuini, scuotono con vigore chitarra, basso e batteria. Da tenere d’occhio; anche perché musica di questo tipo, al giorno d’oggi, bene che vada la si ritrova solo in band che puzzano di plastica.