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SEGNALAZIONI 
Un libro sulla città
BONARIA, UN QUARTIERE
NEL CUORE DEI CAGLIARITANI
Presentato, presso la Scuola Civica di Musica in Via Venezia, il lavoro di Franco Melis che racconta la storia di un quartiere molto caro ai Cagliaritani: 'Bonaria. Il resto del mondo era il posto sbagliato', per Aipsa Edizioni
   
Bonaria
 24/5/2006
Non bisognerebbe mai tornare nei luoghi dove si è stati felici... Provo questa malinconica sensazione ogni volta che, per motivi di lavoro o per rigurgiti di nostalgia, ripercorro le strade di quel quartiere, allora periferico, che mi accolse, poco più che adolescente, in fuga dal centro di una città martoriata dalle bombe di una guerra inutile come tutte le guerre e con addosso i segni di presenti e futuri tormenti.

Ripercorro Via Palermo alla ricerca di memorie perdute, per rievocare tutte le ministorie piene di potente carica umana e dunque universale di quel 'piccolo mondo antico', ormai scomparso e di cui ho fatto parte. Anche Bonaria è cambiata, ingoiata anch’essa da una modernità anonima, monotona ed certamente più povera, umanamente parlando, pur nello scintillio ingannevole e fuorviante di un benessere tutto di facciata.

Cerco rifugio nei ricordi alla ricerca di quegli sprazzi di luce che la memoria tramanda, di quelle fantasie raccolte da adolescenti, nell’insieme di quei sogni che si rincorrono l’un l’altro, in un gioco che non ha fine. Fantasie, giochi, amori e stravaganze, angosce e speranze che Franco Melis ha così ben descritto nel suo libro Bonaria (Aipsa edizioni) da farmi rivivere il tempo che si fa, via via, più remoto ma che ritorna ancora illuminato dalla forza del ricordo, dalla nostalgia del passato, dalla consapevolezza che non ha senso abbandonarsi al rimpianto di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Venti racconti che ci hanno coinvolto sino a farci respirare, a pieni polmoni, l’aria buona di una fraterna periferia dove 'la semplicità del vivere e la mandronia di dentro, liberavano dalla fatica di pensare'.

Le sue belle storie, a volte imprevedibili, collocate a metà strada tra la fantasia e la realtà, hanno anche il pregio di fare intravedere sullo sfondo, le vicende della borgata negli anni a cavallo dell’ultima guerra: il fascismo, il razionamento, le bombe, lo sfollamento, la pace, il boom. Sono venti racconti che, mediante una scrittura a volte ironica, a volte emozionata ma sempre schiva da sdolcinature nostalgiche, cercano di far capire perché, come dice il sottotitolo del libro, il resto del mondo era un posto sbagliato.

L’autore sembra esitare nello scegliere fra le tante risposte che affiorano sotto traccia, ma poi inclina decisamente verso la schietta solidarietà popolana, germinata sul tronco dell’austerità del vivere e della semplicità del pensare. Virtù preziose che costituirono una barriera tra i nativi ed i 'brutti e cattivi' dell’oltrefrontiera e, tra l’altro, permisero al rione di non farsi incantare troppo dalla retorica del fascismo e dalle lusinghe del finto benessere postbellico.

Occorre ricordare che Bonaria accoglieva in quegli anni una tribù dove gli uomini si chiamavano, tra loro, fratelli (o frari!), le donne erano sostanzialmente confinate in casa dal perbenismo familiare ed i ragazzi, in attesa dei primi amori, pensavano solo al gioco ed allo scherzo. Era, insomma, un posto isolato e buonista dove, a non considerare il rimbalzo dei grandi eventi, non sarebbe dovuto accadere mai nulla di particolare e ci si sarebbe dovuti annoiare da morire.

Ed allora cosa raccontano di tanto interessante le storie di Franco Melis? Da dove viene fuori quel profluvio di trame e di intrighi, di avventure e colpi di scena, di happy end e drammatiche conclusioni? Come mai, intorno al colle, fatti cruenti passavano per legittime bravate e timorati uomini di Dio si dividevano fra le perpetue ed i fanciulli? Come mai, in Via Firenze, le professoresse di matematica seducevano allievi minorenni e le 'signorine' dicevano parolacce e facevano miracoli? Come mai, in Via Milano, le anime dei morti giocavano alla Sisal ed in Via Catania, i soldati richiamati dormivano a casa e non andavano alla guerra?

Difficile rispondere. Tenendo presente la sostanziale fedeltà dell’autore al patrimonio di memorie del quartiere ed escludendo un intervento del genius loci sull’albero del bene e del male, non resta che leggere il libro per saperne di più.

Lasciamo al lettore curioso, il gusto di trovare, per quanto riguarda gli anziani, un pezzo della loro storia, una casa, una strada, il viso di una ragazza, il motivo di una canzone, che li lasci cullare in un sogno infinito, li faccia prendere coscienza della parte sostenuta in vicende di tempi andati ed ai giovani il richiamo alla riesumazione ed allo studio di nuovi argomenti, al ricordo di ambienti, personaggi, consuetudini pio meno curiose che l’incalzare della vita moderna va rapidamente alterando o, magari, ha già trasformato.

Nelle pagine del libro di Franco Melis potrà anche trasparire un po’ di velata malinconia con cui, generalmente, si guardano le cose lontane ma anch’esse ci appaiono immerse in una luce crepuscolare che le rende più ricche di fascino e di poesia.

Cesare Valentini

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