PETRI INEDITO, DISASTRO BATTIATO, PER FORTUNA CHE C'È SODEBERGH
Un interessante documentario ricorda un regista straordinario nella storia del cinema italiano, vincitore del Premio Oscar con ‘Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto’. Il musicista catanese, con ‘Musikanten’ si rivela presuntuoso, saccente, noioso e inutile. La giornata è stata salvata da ‘Bubble’: 78 coinvolgenti minuti uno spaccato dell’America proletaria.
Il regista Elio Petri
5/9/2005
Da Venezia Elisabetta Randaccio
La quarta giornata di proiezioni alla Mostra d’Arte Cinematografica a Venezia è cominciata, meteorologicamente, con un temporale che però non ha spazzato via l’afa. Per quanto riguarda i film, abbiamo visto innanzitutto un documentario particolarmente interessante: Elio Petri, appunti su un autore firmato da Federico Bacci, Nicola Guarnieri e Stefano Leone e prodotto da Paola Petri. Gli autori hanno con passione voluto ricordare un regista straordinario nella storia del cinema italiano, rimosso dalla memoria critica, forse perché difficilmente incasellabile in mode e tendenze o perché, come affermò prima di morire precocemente, aveva realizzato nell’ultimo periodo della sua vita “solo film sgradevoli, in una società che ormai chiede la gradevolezza a tutto persino all’impegno”.
Elio Petri giovanissimo era entrato nel mondo del cinema, attraverso la porta del giornalismo. Realizzò per il regista Giuseppe De Santis, in pieno neorealismo, una cruda inchiesta sul lavoro femminile, partendo da un fatto di cronaca consueto all’epoca (una scala crollata in un palazzo fatiscente aveva travolto decine di ragazze in fila per essere selezionate per un posto di segretaria). Ancora oggi, la lettura di quel testo è commovente e venne utilizzata da De Santis come soggetto per il suo ‘Roma ore 11’.
Petri firma il suo primo film da regista nel 1961: ‘L’assassino’ e raggiungerà l’apice della fama e della carriera con ‘Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto’ (1971), capolavoro, pellicola scandalo, ma anche popolare e di internazionale successo, premio Oscar come miglior film straniero (ma né Petri né il suo sceneggiatore Ugo Pirro andranno a ritirare la statuetta). Il documentario di Bacci, Guarnieri e Leone si avvale di interviste agli amici e compagni di lavoro, ma anche di ottimo materiale filmico inedito e privato (la corsa in spiaggia a Torvaianica di Petri e Pirro nel periodo della composizione della sceneggiatura del ‘Cittadino’) con “cartelli” che riportano brani di dichiarazioni e interviste rilasciate dal regista in anni che furono anche di impegno politico e di scontro con la critica sia di destra che di sinistra. ‘Elio Petri, appunti su un autore’ è un’opera encomiabile che dovrebbe precedere il recupero di alcuni film “spariti” come ‘Todo modo’ (ancora una volta interpretato dal grande Gian Maria Volonté) o ‘Buone notizie’, il suo testamento artistico.
Franco Battiato e la sua seconda prova Musikanten hanno portato l’Italia nella sezione ‘Orizzonti’. Il film dell’autore siciliano era assai atteso ed è stato proiettato nel pomeriggio per la stampa con risultati meritatamente disastrosi. ‘Musikanten, infatti, sceneggiato da Battiato e da Manlio Sgalambro è presuntuoso, saccente, noioso e inutile. Vorrebbe essere pervaso da profondità e raffinatezza, purtroppo si sfalda nel ridicolo involontario. La storia inizia con due giornalisti che propongono a un dirigente televisivo di larghe vedute una serie di trasmissioni su studiosi di scienze “alternative”. Continua con una delle protagoniste, Marta, turbata da un sogno ricorrente che la vede suonare il piano accanto a Beethoven e parlare in tedesco, lingua da lei mai conosciuta.
L’incontro, per ragioni di lavoro, con una sorta di sciamano (ma la parola è troppo importante per un personaggio marionetta) le permette, attraverso un esperimento di ipnosi regressiva di tornare indietro ai tempi del grande Ludovico Van (come direbbe Kubrick). In realtà si dà il via ad una sorta di biografia bignaminica del musicista, interpretato comunque dignitosamente da un mito del cinema: Alejandro Jodorowsky, Alla fine di questa parte, si torna ai giorni nostri e nell’epilogo vediamo Marta e il suo amico ascoltare in un bar austriaco la notizia di un colpo di stato: cinque potenze mondiali, compresa l’Italia, hanno fondato il ‘Nuovo Partito Democratico mondiale’!
Per chi ammira, come noi, il Battiato compositore, vederlo affogare in un mare di banalità boriosa è un duro colpo. Impossibile, però, salvare questo pasticcio recitato da attori sulla cui prova è meglio stendere un velo.
La giornata è stata salvata da Steven Sodebergh, che ancora ci sorprende con il bel Bubble, purtroppo Fuori Concorso. Il regista statunitense si conferma autore di ottimo livello e arricchisce la sua filmografia un po’ schizofrenica che alterna blockbuster a opere coraggiose sul piano degli esperimenti linguistici e di contenuto. Ormai anche produttore di successo, in compagnia dell’amico George Clooney, si permette con questo ‘Bubble’ di raccontare in 78 coinvolgenti minuti uno spaccato dell’America proletaria, povera, squallida e tenera allo stesso tempo, utilizzando attori non professionisti, bravi come quelli dei film di Rossellini.
La vicenda si svolge in una cittadina dell’Ohio e i suoi protagonisti, pressati dal bisogno economico, lavorano tutto il giorno. Non hanno tempo per l’approfondimento dei sentimenti o per i divertimenti. Martha fa l’operaia in una piccola fabbrica di bambole e tutti i giorni si incontra con il giovane collega Kyle, un ragazzo che non ha finito neppure gli studi, che deve di sera lavorare anche in una industria di badili. Quando il ragazzo torna a casa, saluta appena la madre, seduta sul divano a seguire svogliatamente incontri di wrestling, e va a chiudersi nella sua stanza a rilassarsi con un po’ di marijuana.
Martha deve badare al vecchio padre e di notte cuce pure i vestiti delle bambole che la mattina costruisce. La donna è quasi obesa, la su bulimia è un segno del suo disagio e della sua solitudine. Andare tutte le mattine a prendere Kyle, parlargli nella pausa pranzo, accompagnarlo con l’auto la sera rappresenta la costruzione di un suo immaginario equilibrio sentimentale. Un giorno, però, arriva Rose, bella, giovane, ragazza madre, anche lei assunta nella fabbrica. La giovane è solo apparenza, è una costruzione menzognera, ma l’equilibrio salta, in maniera devastante quanto imprevista. Il film è asciutto, crudo e toccante, apologo di un mondo rimosso eppure vivo nel cuore pulsante del capitalismo. Le bambole assemblate con cura dai protagonisti irridono nella loro frivolezza la loro fatica e miseria, simboleggiando, però, il vuoto culturale e affettivo di un’intera società.