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DALL'ARCHIVIO DI GODOT CINEMA

Il regista di matrimoni

Italia/Francia 2006, 107 minuti
Drammatico


Regia: Marco Bellocchio
Cast: Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina, Maurizio Donadoni

Produzione: Eurimages, Film Albatros, Rai Cinema, Dania Film
Distribuzione: 01 Distribution

Sito ufficiale: http://

Esattamente quarant’anni fa, Grazia Cherchi, recensendo il film d’esordio di Marco Bellocchio (lo 'scandaloso' I pugni in tasca), affermava, esaminando la figura di Alessandro, il giovane protagonista, 'è nell’età in cui si ha impressione di essere costantemente seguiti da una macchina da presa'. Come non pensare, dunque, a Franco Elica, personaggio fulcro dell’ultima opera dell'autore piacentino (Il regista di matrimoni, in concorso tra qualche giorno a Cannes), che, per deformazione professionale o per ossessione inconscia, nonché per narcisismo regressivo, pensa sempre di essere filmato? O meglio, Franco è in moto perpetuo creativo; la sua vita, come diceva Truffaut, per gli altri non è che un film, per lui la vita intera. D’altronde, perché distinguere l’esistenza dall’arte, ambedue immerse nella mediocrità e reificazione totale del presente? Franco non vuol smettere di essere l’adolescente sempre al centro dell’attenzione (della macchina da presa).

Così, il matrimonio della giovane figlia (sequenza iniziale straordinaria, degna di Bunel), dimostrazione dell'avanzare degli anni è vissuto con grande fastidio, gli appare come una messinscena greve, in cui il cattivo gusto, si unisce a musiche e suoni eccessivi, grotteschi. Alla spettacolarizzazione di un rito, che dovrebbe essere intimo, qualcuno gli chiede di parteciparvi, lui 'il maestro' di immagini, con una piccola telecamera digitale, di quelle predisposte, ormai, a rendere l’uomo della strada 'creatore d’arte quotidiana'; così, confuso tra le decine di invadenti fotografi perde, per un attimo, la sua identità di padre della sposa: viene spintonato, insultato. Sarebbe allontanato se la figlia, alla fine, rompendo 'l’incantesimo' in cui sembrava bloccata, non lo riconoscesse.

Il racconto, poi, prosegue: il registro onirico si confonde con il metafilmico in una tessitura narrativa dallo stile complesso e vario, associando, proprio come nei sogni, il reale, il simbolico, l’elemento drammatico, l’ironia e la risata. Si potrebbe ritornare, a questo punto, alle pagine scritte da Grazia Cherchi quando sosteneva come, nei Pugni in tasca, 'la lezione di Brecht – autore che Bellocchio conosce e predilige – la si avverte continuamente, ma il soggetto del film mantiene una certa ambiguità di fondo', parole perfettamente sovrapponibili anche per Il regista di matrimoni, dove lo straniamento, l’ambiguità, persino la suspance divengono elementi che suscitano l’interattività dello spettatore, che si può creare il suo finale preferito, l’interpretazione maggiormente vicina alla propria sensibilità.

Il regista di matrimoni, infatti, non è scritto, creato e diretto da, ma scritto, creato e diretto per. Niente di nuovo nella storia dell’arte e del cinema, ma sicuramente la pellicola ha una travolgente e disperata vitalità, che riflette, in questo momento storico, quella del suo autore.

Alcuni critici hanno messo, poi, in evidenza i punti di contatto tra Il regista di matrimoni e Il caimano di Nanni Moretti ed è vero solo nella misura in cui i due usano la metafora cinematografica per un’analisi spietata della società contemporanea, attaccando violentemente il degrado dell’arte e della produzione filmica in Italia.

Bellocchio, con un gioco onirico di libere associazioni e di scatole cinesi, attacca il suo stesso regista protagonista ritratto in fase creativa-esistenziale declinante. Elica è, infatti, impegnato nella fase preproduttiva di un’ennesima versione dei Promessi sposi, a cui si è dedicato ricordando l’effetto subito dalla visione dell’omonimo film di Mario Camerini (uscito nel 1941, le cui immagini vengono mostrate come flashback dell’immaginario di Franco, quasi scene primarie).

Da bambino lo aveva colpito l’inquadratura dei monatti venuti a prendere Don Rodrigo, ma anche i personaggi della Monaca di Monza e dell’Innominato. Nella sua mente, però, la vicenda di Renzo e Lucia appare esclusivamente come l’archetipo della fanciulla perseguitata che sembra prendere vita, uscire dalle pagine del Manzoni, trasformarsi, mutarsi, diventare il suo film (di cui non riuscirà a girare neppure una scena) e il suo destino. Il mondo lavorativo di Franco, poi, è connotato da uno squallore infinito; quando fa i provini accetta volentieri 'un pompino preventivo' dalle futuribili attrici. Gioia Rottofreno e Fara Domani (continua, come si vede l’onomastica bizzarra bellocchiana), però, mettono in crisi questa sua 'metodologia' per il casting e lo denunciano per tentata violenza carnale. Come agirà a Franco? Farà come il suo collega Smamma che si finge morto per ricevere finalmente il premio 'David di Michelangelo', negatogli 'in vita' dallo snobismo di critici e professori universitari, intenti costantemente a stroncare la sua produzione? Oppure si dedicherà a 'mettere in scena' trasgressivi filmini di matrimoni per le coppie che, ormai, sposandosi suppongono di essere in un reality show? O, come accadeva in Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello, gli capiterà di riprendere un omicidio in diretta ('La vita che questa macchina s'è divorata, era naturalmente quale poteva essere in un tempo come questo, tempo di macchine; produzione stupida da un canto, pazza dall'altro, per forza, e, per quella più e questa un po' meno bollate da un marchio di volgarità')?

Se è vero quello che gli dice il Principe Gravina (aristocratico incrocio tra Don Rodrigo, l’Innominato, interpretato con grande fascino da l ritrovato Sami Frey), cioè che 'gli artisti sono stupidi ma sono gli unici a comprendere la realtà', Franco, comunque, perseguirà fino in fondo il suo futuro di incantatore (anche di cani). Nello squallore del cinema (e della società) italiana, dominata da corruzione, ipocrisia, presunzione, ignoranza, dove 'i morti sono quelli che comandano', Elica continuerà a sognare (cioè a filmare).

Sin da I pugni in tasca, girato a ventitre anni, una delle maggiori capacità di Marco Bellocchio è stata quella di dirigere gli attori. In questo senso, Il regista di matrimoni presenta un cast compatto e di ottimo livello che ruota intorno a Sergio Castellitto, ancora una volta, come nell’Ora di religione, scelto dal regista padano come fulcro perfetto della storia, immaginata e scritta sulla sua potente interpretazione.

Elisabetta Randaccio
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